torna indietro sette volte bosco sette volte prato

di e con Lorenza Zambon

Musiche originali eseguite dal vivo di Gianpiero Malfatto
Scenografia di Maurizio Agostinetto
Luci di Franco Rasulo




Sette volte bosco,/ sette volte prato,/ tutto tornerà/ come era stato.


Prima era la selva. Poi la specie dell’uomo si fece spazio dentro di essa.
Cominciò nella sua preistoria ad allargare le poche radure dell’enorme foresta che copriva l’emisfero boreale, coltivando, disboscando, costruendo. Sta ancora continuando In tutto questo tempo un dialogo non si è mai interrotto, quello fra gli uomini e le piante, ed ha prodotto mille immagini e mille nomi.

Questa è la storia che “Sette volte bosco, sette volte prato” ripercorre, seguendo il mutare della relazione fra la nostra specie e quegli spiriti degli alberi che vengono prima di ogni religione, e che si sono poi evoluti, assieme con l’uomo, e si sono prima trasformati negli dei silvani e agresti dell’antichità classica, e poi, avanti avanti, si sono fusi con i santi e i riti del cristianesimo medioevale o sono fuggiti nelle selve come esseri diabolici o fatati, consiglieri di quelle streghe che creando filtri d’erbe crearono anche la base della moderna medicina
E poi ancora, avanti avanti, sono sembrati scomparire del tutto, quando l’uomo non ha più visto in un bosco che una certa cubatura di legname e in un campo un certo peso di grano sterile.
E ancora sembrano tornare sotto altra forma, forse oggi, in cui la natura e la cultura si sono fuse in un groviglio inestricabile e la scienza, la filosofia e il nostro desiderio ci aprono una diversa (più antica?) visione degli esseri non umani viventi intorno a noi, spingendoci a cercare con loro una nuova connessione.

Ma a questa storia se ne intreccia un’altra, quella del dialogo personale fra un’attrice giardiniera e le sue piante, intorno a quella casa degli alfieri rinata da un rudere coperto di rovi e viti inselvatichite sul cocuzzolo di una collina del Monferrato; ed è costellata di mille scoperte, da quella che sapere i nomi vuol dire vedere a quella di quanto è lungo il tempo.

E il racconto diventa incontro fra gli spettatori seduti attorno ad un grande tavolo rotondo e le piante che entrano in scena con le loro forme e i loro profumi fino a comporre un piccolo giardino, fra un ballo dionisiaco e un “rap” per l’inizio di primavera, un "canto dei nomi delle erbe" al suono del trombone e una "danza del rovo" accompagnata dal basso tuba, antichi riti che potrebbero essere moderne pratiche di coltura, miti ancestrali, vecchie storie popolari e nuove leggende newyorkesi.

Giampiero Malfatto crea l'ambiente con la sua musica che si fa a sua volta narrazione, seguendo un originale percorso che rielabora suoni naturali ed echi jazz, musiche popolari e suggestioni strawinskyiane, unendo creatività e tecnica raffinata nell'uso del suo trombone e dei cento strumenti che lo accompagnano, dal flauto di Pan al battito dei piedi.


Per l’argomento e le modalità di rappresentazione,
questo spettacolo-incontro può essere interessante
non solo all’interno di una programmazione puramente teatrale,
ma anche in tutte le situazioni centrate
sul rapporto con la natura.